Nel frattempo
Questo frattempo non è il tempo che c'è stato ma quello che ci sarà. Perchè qui ormai non si può più stare. Troppo complicato qualsiasi passo, qualunque passaggio o minima modifica. Quindi apre ufficialemente un periodo di trasizione tra il qui è il lì che non è ancora, e devo capire dove sarà e soprattutto quando. In questo frattempo futuro, rinvio al frattempo che è passato, da usare come passatempo. Perchè altrove qualcosa è uscito, parlando di riviste che hanno progetti tridimensionali e spazi iniziatici, di inseguimenti e sorpassi, di metafore spaziali e di spazi dell'abbandono e tanto altro ancora. Tra cui soprattutto di un lungo articolo, ma che in verità è soltanto uno spunto, su un tema già affrontato in una intervista francese.
In Sardegna!
"Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai, truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare, porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi, e mari di grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le promesse spose strusciano impudicamente il ventre nel segreto della notte, vegliate da madri e nonne.
C'è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cos, perchè in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi. Qui esiste tutto ciò che viene raccontato, e quello che viene taciuto esiste perchè un giorno qualcuno lo racconterà..."
(Michela Murgia, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede)
del bisogno nostro di essere consolati
Credo che il problema abbia iniziato a assillarmi nel 2006, durante la campagna elettorale. In questi giorni è ritornata in tutta la sua forza, leggendo articoli come quello di Andrea Tarabbia o di Vito Mancuso. Approfondendo una mia scissione interna tra il desiderio di trovare una spiegazione, di poter credere nell'onestà intellettuale di chi sostiene questa destra e di poterne capire le ragioni (capendole in modo profondo, come possibilità sensate e sotto un certo punto di vista condivisibili) e il sospetto che non possa che essere dovuta ad un ragionamento errato, all'ignoranza o ad una moralità corrotta.
Sulla questione è ritorna sulle pagine del Corriere della Sera un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sulla manifestazione dell'8 luglio e sulla storia della questione morale, attraverso un excursus nella storia del moralismo di sinistra, ma sbagliando completamente finale. Quello che l'editorialista non coglie o non vuole cogliere nelle sue considerazioni, sono i veri esiti del moralismo, ovvero il suo diffidare non soltanto del partito o della parte avversaria come fosse il male assoluto, ma anche criticando e attaccando la propria parte, perchè vista non abbastanza avversaria del male e per questo in combutta con esso.
In un certo senso, anche ripensando al "Divo" di Paolo Sorrentino, sembra che su questo punto si intreccino due concezioni della politica, da una parte una real Politik per certi versi dostoevskiana, che persegue il male per il bene, dall'altra quella cocciuta delle anime belle che pretendono dalla politica la più totale trasparenza, un'integerrimità che non richiederebbero a se stessi, perchè chi deve rappresentare il bene pubblico deve essere migliore dei singoli cittadini (l'esatto opposto di una nota frase di Romano Prodi: "non si illudano i cittadini, non sono migliori di chi li rappresenta"). Mescolando i ricordi di un'interessante discussione e qualche mio pensiero e preoccupazione, avevo buttato giù qualche riga di cui salvo soltanto le seguenti::
"L’ottica di votare il male minore è qualcosa di logorante, che a lungo andare stanca. Perché nel il male minore, si finisce per scegliere comunque il male e corrompersi, trovandosi prima o poi nella fastidiosissima situazione di dover difendere l’indifendibile."
Quello che non capisco, verso cui ho forse una resistenza "ideologica" è la concezione avversa del bene comune. Non capisco se le mie indignazioni siano spontanee o indotte, se all'insopportabile insistenza sul tema della sicurezza e al loro fomentare la paura per lo straniero e il diverso non corrisponda un medesimo e contrario movimento che innalza lo spauracchio della dittatura e del fascismo in fondo ad ogni provvedimento, sia questo contro le toghe, contro le libertà civili o i diritti dei lavoratori e degli immigrati. E non capisco nemmeno se questa equazione tra paura dell'invasione e allarme democratico corrisponda di più alle classiche retoriche di destra e sinistra, oppure ad un mio personale bisogno di poter pensare più serenamente a questo mio paese e al mio trovarmi a vivere in esso.
L'organigramma - booktrailer

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Tutto deve crollare
On line su vibrisselibri Tutto deve crollare, di Carlo Cannella, un romanzo che affonda nelle pieghe più torbide della società occidentale, un violentissimo pugno allo stomaco che fa riflettere sui mali del nostro tempo. Qui gratuitamente scaricabile.
«E perché credi invece che ti abbia permesso di rifugiarti in Brasile, eh? In nome dell’amicizia, l’ho fatto, dannazione, non immaginando nemmeno lontanamente che fosse marcia fino al midollo. Ed ecco qua il risultato: tutta questa gente calpestata e un mondo ancora più imputridito dalle tue bastardate. Ti rendi conto? È un peso che mi porterò sempre sulle spalle e che finirà con lo schiacciarmi. Come ho fatto a non accorgermi di niente, a essere così cieco?».
La risposta, probabilmente, la trova nel ghigno sadico con cui lo saluto. Mentre si allontana con un’espressione da bestia macellata, terrorizzata e stupita insieme da tanta crudele indifferenza, si fa sempre più insistente in me una sorta di provocazione. Mi trattengo a fatica dal prenderlo in giro, ma quando è ormai solo una macchia scura in fondo al viale, perduto nel grande oceano della propria sincerità, accarezzato dalla grande idea di un mondo di uguali, non posso fare a meno di dedicargli un pensiero irridente e osceno. C’è qualcosa di stonato nel tono e nel volume, eppure a me piace. È un invito ad aver cura di sé.
«Bevi pure il sangue dolce della redenzione, compagno, drogati del sapore della buona immagine. Addormentati nella sala d’aspetto di una stazione, accartocciati là intorno con la tua solita faccia pallida e deforme e il tuo groviglio di capelli grigi appiccicato in testa. E domani ricomincia pure a lottare per i diritti civili. Combatti contro lo Stato, il potere, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Renditi degno della tua natura. Onora veramente la vita, imbecille».
Una memoria fotografica
Qualche settimana ho assistito alla prima personale di un amico, una mostra in cui ho avuto l'onore di comparire tra i raffigurati. Prima o poi ne dirò qualcosa in più e meglio, di tanto in tanto ci penso [fotografia come testimonianza, memoria e oblio, ricordi personali che si sovrappongono ai pixel di fotografie sgranate, titoli semplici che accostano persone, luoghi e un'azioni, una memoria fotografica che paradossalmente nasconde i particolari]. Intanto lascio che sia le immagini a parlare
Cammino in fretta, più del solito, come quando mi sono perso e sono in ritardo, perchè mi sono perso e sono in ritardo. Poco prima ero sceso dall'autobus, constatando che la mia fermata era passata da un bel pezzo. La via costeggia il muraglione della ferrovia, dall'odore dev'esserci un qualche spaccio di pesce, non di quello fresco. Tra un colpo di tosse ed un altro mi avvio all'appuntamento, in ritardo. Non sono mai in ritardo. Milano ho iniziato a sopportarla da qualche mese, dopo più di un anno di incomprensioni, screzi e fastidi. Perchè qui è tutto più difficile. Perchè è uno di quei posti posti in cui a sentirsi soli viene un freddo che assidera. Mentre cammino in fretta, al freddo, tossendo ogni tre passi e respirando a fatica, alzo lo sguardo e vedo una cosa insignificante, un ponte con due archi in mattoni, sporco e in rovina che mi appare lungo la strada. Ed è a quel punto che lo penso. Che anche questa città così complicata abbia un fascino tutto suo. Una bellezza ferita, trascurata, decadente, irresistibile. E che , forse, potrei iniziare a decidere di rimanere in questa città, dopo averci vissuto mio malgrado per un paio d'anni.
Altre recensioni
Ancora altri miei scritti pubblicati di là. Un pittore che era un poeta; sculture anonime del quotidiano; quadri Zen Pop di un vecchio inviato di guerra; due protagonisti dell'arte concettuale degli anni Settanta; cambiamenti nell'ordine del sistema dell'arte; un Hangar fatto esplodere in un assordante battito di piatti. Mentre qui è comparsa l'amplificazione di una vecchia recensione.
O madre
C'è qualcosa di familiare nelle parole di Ranier Maria Rilke. Qualcosa di una delicatezza infinita che riesce a penetrare in profondità e scavare un vuoto in cui abbandonarsi completamente, senza riserve, senza alcuna paura. Quelle qui sotto sono tratte da una citazione che ho or ora letto e che si trova qui nella sua versione più estesa. Le ricopio qui per segnalarle nuovamente e per non correre il rischio di perderle.
Vedi, i re giacciono irrigiditi e il narratore non riesce a distrarli con le sue storie. Sul seno beato della favorita serpeggia in loro l'orrore e li fa vacillanti e fiacchi. Ma tu giungi e tieni l'orrore dietro di te e lo copri completamente di te; non come un sipario che qua e là esso potrebbe sollevare. No, come se tu lo avessi oltrepassato, al grido di chi aveva bisogno di te. Come se tu fossi giunta molto al di là di tutto ciò che può sopravvenire, e alle spalle avessi soltanto il tuo accorrere qui, il tuo eterno cammino, il volo del tuo amore.
Buon Natale, con vibrisselibri!

Un regalo di Natale da parte di vibrisselibri. 21 racconti scritti da vibrisselibrai e vibrisselibraie. Tra i tanti ce n'è pure uno mio.
Buon Natale e buona lettura!
Cinquant'anni in bianco e nero
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Uno stesso sguardo, un identico modo di mettere a fuoco i dettagli, di scrutare nella folla. Tanto che sono soltanto alcuni particolari, vestiti e oggetti, a tradire gli anni in cui sono presi gli scatti. Talmente tanto che, usciti dalla bella mostra ai musei civici del Santo, si fatica a credere che la scritta di quell'insegna in quel bar all'angolo sia stata cancellata, o che quel monumento sia stato spostato da chissà quanto tempo, o che quello scorcio semplicemente non esista più. Giovanni Umicini arrivò a Padova verso la metà degli anni Cinquanta e da allora non ha smesso di fissare in bianco e nero angoli e soprattutto volti e corpi dei passanti. Le sue foto si soffermano con ironia e sensibilità sulla poesia del quotidiano che attraversa le piazze e le strade, tra bancherelle del mercato e tavolini dei bar, portici e panchine. Estrae i singoli dalla folla, ne svela le malinconie e gli incanti, euforie e miserie, dà corpo e durata a effimeri incontri passeggeri, con attenzione a particolari di cui noi, distratti, non ci accorgiamo. Queste sue foto raccontano storie comuni che normalmente non passano alle cronache. E svelano un segreto: quello di una poesia incorruttibile, che rimane sempre la stessa, anche a cinquant'anni di distanza.
L'arma più efficace
Molotov e sampietrini, chiavi inglesi, bombe e pallottole, omicidi, stragi, rapimenti. Lo scenario è questo. La storia quella di un'Italia in cui la politica si fa scontro e le strade si coprono di sangue. Il racconto parla solo di nemici e colpevoli, non di vittime e delle loro tragedie.
Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana di Demetrio Paolin è stato pubblicato on-line da vibrisselibri ed è gratuitamente scaricabile. Dal prossimo gennaio sarà nelle librerie per le edizioni Il Maestrale. Il booktrailer è stato realizzato da Grenar.
Gli occhi degli altri

Ho letto un bell'articolo su Nazione Indiana. Parla di un giovane bellissimo che muore per amore di se stesso e per indifferenza verso gli altri, di una lettera di congedo talmente dolorosa da non poter essere capita senza l'intervento esterno e, più in generale, di un pirandelliano interrogarsi sul modo in cui siamo visti e di quanto il nostro vedere gli altri, e soprattutto ascoltarne le storie, possa influenzare ciò che siamo.
[La foto è stata scattata da AndreasC]



