del bisogno nostro di essere consolati
Credo che il problema abbia iniziato a assillarmi nel 2006, durante la campagna elettorale. In questi giorni è ritornata in tutta la sua forza, leggendo articoli come quello di Andrea Tarabbia o di Vito Mancuso. Approfondendo una mia scissione interna tra il desiderio di trovare una spiegazione, di poter credere nell'onestà intellettuale di chi sostiene questa destra e di poterne capire le ragioni (capendole in modo profondo, come possibilità sensate e sotto un certo punto di vista condivisibili) e il sospetto che non possa che essere dovuta ad un ragionamento errato, all'ignoranza o ad una moralità corrotta.
Sulla questione è ritorna sulle pagine del Corriere della Sera un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sulla manifestazione dell'8 luglio e sulla storia della questione morale, attraverso un excursus nella storia del moralismo di sinistra, ma sbagliando completamente finale. Quello che l'editorialista non coglie o non vuole cogliere nelle sue considerazioni, sono i veri esiti del moralismo, ovvero il suo diffidare non soltanto del partito o della parte avversaria come fosse il male assoluto, ma anche criticando e attaccando la propria parte, perchè vista non abbastanza avversaria del male e per questo in combutta con esso.
In un certo senso, anche ripensando al "Divo" di Paolo Sorrentino, sembra che su questo punto si intreccino due concezioni della politica, da una parte una real Politik per certi versi dostoevskiana, che persegue il male per il bene, dall'altra quella cocciuta delle anime belle che pretendono dalla politica la più totale trasparenza, un'integerrimità che non richiederebbero a se stessi, perchè chi deve rappresentare il bene pubblico deve essere migliore dei singoli cittadini (l'esatto opposto di una nota frase di Romano Prodi: "non si illudano i cittadini, non sono migliori di chi li rappresenta"). Mescolando i ricordi di un'interessante discussione e qualche mio pensiero e preoccupazione, avevo buttato giù qualche riga di cui salvo soltanto le seguenti::
"L’ottica di votare il male minore è qualcosa di logorante, che a lungo andare stanca. Perché nel il male minore, si finisce per scegliere comunque il male e corrompersi, trovandosi prima o poi nella fastidiosissima situazione di dover difendere l’indifendibile."
Quello che non capisco, verso cui ho forse una resistenza "ideologica" è la concezione avversa del bene comune. Non capisco se le mie indignazioni siano spontanee o indotte, se all'insopportabile insistenza sul tema della sicurezza e al loro fomentare la paura per lo straniero e il diverso non corrisponda un medesimo e contrario movimento che innalza lo spauracchio della dittatura e del fascismo in fondo ad ogni provvedimento, sia questo contro le toghe, contro le libertà civili o i diritti dei lavoratori e degli immigrati. E non capisco nemmeno se questa equazione tra paura dell'invasione e allarme democratico corrisponda di più alle classiche retoriche di destra e sinistra, oppure ad un mio personale bisogno di poter pensare più serenamente a questo mio paese e al mio trovarmi a vivere in esso.
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